22 Giugno 2023 | Danilo Messineo (aka dannymex)
Il Nomade Digitale per Come lo Conosciamo Non Esiste Più. O Forse lo Stiamo Diventando Tutti?
Secondo il nostro sondaggio, la vecchia definizione di nomade digitale è diventata troppo stretta: oggi il fenomeno assume forme più ampie e inclusive.

Il racconto che non ci rappresenta più
Il progetto NomadiDigitali®.it esiste dal 2010. In questi quindici anni abbiamo seguito passo dopo passo l’evoluzione del fenomeno “nomadi digitali”! Lo abbiamo visto nascere, crescere, consolidarsi, entrare nei giornali, nelle leggi, nei piani di sviluppo locali. Abbiamo visto l’immagine del nomade digitale prendere forma nella mente di tutti, ma nel tempo diventare troppo limitata per raccontare la realtà.
L’immagine che per anni ha dominato la narrazione era chiara e riconoscibile: giovane freelance, senza figli né radici solide, con il laptop nello zaino e il coworking come ufficio alle Canarie, Chiang Mai o Bali. Libero e sempre in movimento. Una realtà concreta, certo, ma che col tempo questa immagine si è trasformata in una caricatura di sé stessa: perfetta per i titoli dei giornali, ma poco utile per comprendere la vita reale dei nomadi digitali.
Nel frattempo, fuori da quell’immagine stereotipata, qualcosa stava accadendo silenziosamente. C’erano professionisti che lavorano da remoto, spesso lontano dalle grandi città e dalle destinazioni esotiche, freelance che si spostano lentamente, alla ricerca di stabilità più che di avventura, imprenditori che vogliono costruire qualcosa che duri muovendosi tra territori e comunità dove nascono idee e innovazioni, famiglie che scelgono stili di vita alternativi combinando lavoro da remoto e percorsi educativi diversi per i figli, e dipendenti in smartworking che alternano la vita in città a quella immersi nella natura, ancora senza parole per definire ciò che stanno vivendo.
Queste persone non si riconoscono più nel nomadismo digitale istagrammabile così come ci viene raccontato. Eppure vivono la stessa tensione di fondo: vogliono che il lavoro abiliti la vita che desiderano, non che la sostituisca. Vogliono vivere davvero i luoghi, non limitarsi ad attraversarli, cercando legami autentici e un senso di comunità. Vogliono che il tempo abbia valore, non solo che sia occupato.
Forse il nomade digitale per come lo abbiamo conosciamo finora non esiste più. O forse lo stiamo diventando tutti, ciascuno a modo suo, senza ancora avere le parole giuste per dirlo.
Per capire chi sono davvero queste persone, NomadiDigitali.it ha costruito un sondaggio insieme a due realtà che condividono la stessa domanda: Progetti Ospitali, che lavora sull’ospitalità come pratica viva di comunità e territorio, ed Evermind – società benefit che sviluppa progetti di impatto sociale e digitale.
Un sondaggio diverso dal solito: meno “quanti anni hai e dove lavori”, più “come stai davvero”. Lo abbiamo chiamato: “Abitare il lavoro, abitare la vita.”
In pochi giorni hanno risposto oltre 160 persone. Quello che ci hanno detto vale la pena leggerlo con attenzione.
Chi ha risposto
Prima di guardare i dati, un profilo di chi c’era dall’altra parte dello schermo.
- 32% ha tra i 55 e i 64 anni. Il segmento più numeroso. Non millennial, non Gen Z.
- 25% tra i 45 e i 54 anni. Insieme, quasi sei rispondenti su dieci hanno superato i 45 anni.
- 39% vive con famiglia e/o figli. Non è un pubblico di solitari con zaino in spalla.
- 53% vive in un piccolo centro o area interna in Italia. Non nelle grandi città.
- 36% è dipendente, in presenza o ibrido. Quasi uno su quattro è freelance o partita IVA.
Non è il solito campione di appassionati del “viaggio per il mondo e lavoro da ovunque”. È uno spaccato più largo, più maturo, più radicato.
Ed è proprio per questo che quello che dicono va preso sul serio.
Tempo: le giornate piene che non bastano
“Il tempo vissuto non si misura con l’orologio.” — Henri Bergson
La prima sezione del sondaggio chiedeva del tempo. Non di quanto ne abbiamo, ma di come lo stiamo usando.
Il dato più eloquente: il 38% dichiara che spesso mette da parte ciò che conta davvero per correre dietro alle urgenze. Solo il 22% dice di riuscire ad andare a una velocità sostenibile nel lungo periodo, senza rischio di burnout.
E poi c’è una risposta che sorprende, in un sondaggio sul lavoro remoto: “fermarmi mi fa sentire improduttivo/a”. Oltre un terzo delle persone ha risposto con i punteggi più alti. Per loro, concedersi una pausa significa ancora sentirsi in colpa.
Il lavoro da remoto doveva essere la soluzione al tempo sottratto alla vita, ma per molti ha solo trasferito il peso delle urgenze fuori dall’ufficio tradizionale.
Lavoro: molto da fare, poco da costruire
La sezione sul lavoro restituisce una fotografia di persone consapevoli, lucide, a tratti stanche.
- 37% sente che il lavoro occupa più spazio di quanto vorrebbe (voto 4 su 5).
- 34% fatica a staccare davvero — il lavoro li segue ovunque.
- 35% ha la sensazione di “lavorare molto senza costruire qualcosa che può davvero durare nel tempo”
- 36% non si sente riconosciuto per ciò che è, ma solo per ciò che produce.
Ma c’è un dato che salva tutto, o almeno apre uno spiraglio: il 70% immagina il proprio futuro lavorativo come un’evoluzione, non come un avanzamento lineare di carriera. È la cifra più alta dell’intero sondaggio.
Vuol dire che la voglia di costruire qualcosa di diverso c’è — anche quando le condizioni attuali non ci aiutano.
Luoghi: esserci senza abitare davvero
“L’uomo è in quanto abita.” — Martin Heidegger
La terza sezione era forse la più intima. Chiedeva non dove sei, ma come ci sei.
- Il 36% dichiara di non sentirsi a pieno agio nei luoghi in cui vive oggi.
- Il 45% fatica a “abitare davvero” i posti in cui si trova, piuttosto che usarli o attraversarli.
Ma poi arriva un dato che stona con la narrazione del nomade digitale solitario e disconnesso.
L’87% delle persone ha almeno una persona con cui affrontare i momenti difficili nei luoghi in cui abita. E quasi il 63% sente che ogni volta che lascia un posto, qualcosa di sé rimane lì, mentre qualcosa di quel luogo li accompagna.
Le radici, insomma, non scompaiono. Si moltiplicano, si spostano, cambiano forma. Ma esistono.
Senso e continuità: la libertà che a volte disorienta
L’ultima sezione del sondaggio era la più filosofica e forse restituisce il ritratto più autentico di chi vive il nomadismo digitale.
- 35% si sente libero/a, ma anche disorientato/a (voto 4-5). Libertà e bussola non sempre viaggiano insieme.
- 46% fatica a investire le proprie energie con continuità: le forze si disperdono più che concentrarsi.
- 34% non riesce a immaginare di continuare a vivere in questo modo tra qualche anno.
- Solo il 30% percepisce un’armonia chiara tra i propri valori e il modo in cui vive realmente.
Il filo rosso che attraversa questi numeri è la tensione tra chi si vorrebbe essere e come si vive realmente: una spinta continua che definisce l’esperienza del nomadismo digitale oggi.
Solo il 22% si riconosce davvero nell’immagine del nomade digitale tradizionale
Abbiamo chiesto direttamente: “Ti riconosci nell’idea di nomadismo digitale così come viene raccontata oggi?”
- 22% ha risposto Sì.
- 48% ha risposto In parte.
- 20% ha risposto No.
- 10% Non sa o non gli interessa definirlo.
Quasi otto persone su dieci non si rivedono nell’immagine dominante del nomade digitale. Eppure sono qui — hanno risposto a questo sondaggio, pensano al lavoro remoto, vivono o sognano una mobilità e una libertà diversa.
Forse il problema non è il fenomeno o la parola. È la narrazione che ci siamo costruiti attorno!
Il nomade digitale non è solo il freelance con il Mac aperto in un caffè di Lisbona. Non è solo chi attraversa il mondo con uno zaino, né chi cambia città ogni mese inseguendo nuove coordinate.
È anche la donna di 52 anni che vive in un paese dell’Appennino e lavora da remoto per un’azienda di Berlino.
È il dipendente ibrido che, grazie allo smart working, divide il suo tempo tra la città e il borgo da cui proviene, ricucendo il legame con le proprie radici senza rinunciare alle opportunità professionali.
È forse è anche chi oggi non si sposta, ma sente con chiarezza che la libertà di scegliere dove vivere e lavorare è il cambiamento profondo che sta cercando.
Una nuova identità che non ha ancora un nome
Letti nel loro insieme, questi dati non restituiscono una crisi. Restituiscono qualcosa di più sottile e più interessante: la fotografia di un cambiamento in corso, che ha già preso forma nella vita di molte persone ma non ha ancora trovato le parole per descriversi.
Il disagio che emerge – il tempo che sfugge, il lavoro che invade, i luoghi abitati a metà – non è il disagio di chi sta sbagliando qualcosa. È il disagio di chi sta cercando un modo di vivere diverso senza avere ancora una mappa. Un segnale strutturale: i modelli ereditati di carriera, di stabilità, di appartenenza non bastano più.
Ma c’è un altro lato di questi dati, e vale la pena non trascurarlo. Il 70% immagina il proprio futuro come un’evoluzione, non come un avanzamento lineare. Il 63% porta con sé qualcosa dei luoghi che attraversa. L’ 87% sa che c’è qualcuno a cui appoggiarsi nei momenti difficili.
Non sono le risposte di persone che hanno rinunciato. Sono le risposte di persone che stanno costruendo qualcosa — anche quando non sanno ancora esattamente cosa.
E poi c’è il dato più provocatorio di tutti: solo una minoranza si riconosce davvero nell’idea di nomadismo digitale così come fino ad oggi ci è stata raccontata! Molti vi riconoscono solo in parte. Altri non vi si riconoscono affatto.
Non è un rifiuto del fenomeno. È un rifiuto dell’etichetta. O meglio: è il segnale che quell’etichetta è diventata troppo piccola per contenere ciò che sta accadendo.
Quello che sta emergendo — lentamente, senza proclami — è qualcosa che assomiglia a una nuova identità. Non il nomade digitale delle immagini patinate. Qualcosa di più concreto, più maturo, più radicato nella vita reale.
Persone che hanno smesso di separare lavoro e vita come se fossero due compartimenti stagni. Che abitano i luoghi con più cura, anche quando si spostano. Che cercano un ritmo sostenibile, non una fuga. Che vogliono costruire qualcosa che dura, non solo muoversi.
Non è nomadismo nel senso tradizionale. Non è nemmeno la vita stanziale che abbiamo vissuto siano ad ora!
È un modo diverso di stare nel mondo, più fluido, più consapevole, più intenzionale. Un modo che non ha ancora un nome condiviso, ma che molte persone stanno già vivendo.
Questo sondaggio è stato un primo ascolto. Il discorso non finisce qui.
Nei prossimi articoli si entrerà più in profondità su due dei temi che i dati hanno fatto emergere con più forza: perché lavorare ovunque non basta ancora a stare bene — e come si impara ad abitare davvero un luogo, invece di attraversarlo soltanto.