Il Nomade Digitale per Come lo Conosciamo Non Esiste Più? O Forse lo Stiamo Diventando Tutti.

Forse il nomade digitale per come lo abbiamo conosciuto non esiste più. O forse lo stiamo diventando tutti, ciascuno a modo suo, senza doversi necessariamente riconoscere in un'etichetta che, ad oggi, non ha ancora un significato, e una definizione, univoca.

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Alberto Mattei: Sono il fondatore di Nomadi Digitali. Un progetto di comunicazione collaborativo e autofinanziato che nasce nel 2010 con l'obiettivo di diffondere in Italia la cultura del lavoro da remoto e del nomadismo digitale. Il mio obiettivo? Crescere un movimento di persone più libere e più felici per rendere il nostro mondo un posto migliore.

Pubblicato il: 23 Marzo 2026 | Categoria:

Il racconto che non ci rappresenta più

Il progetto NomadiDigitali®.it esiste dal 2010. In oltre quindici anni ha seguito il fenomeno del nomadismo digitale in ogni sua fase. Lo ha visto nascere, crescere, consolidarsi, entrare nei giornali, nelle leggi, nei piani di sviluppo locali dei piccoli comuni.

Abbiamo visto il “nomade digitale” diventare un’immagine riconoscibile e, proprio per questo, col tempo, sempre meno realistica e troppo stretta per descrivere correttamente un fenomeno globale in continua evoluzione.

Nel corso degli anni ci siamo costruiti un’immagine mentale, quasi un identikit del nomade digitale: giovane, freelance, senza figli né radici profonde, laptop nello zaino, libero e sempre in movimento!

Il nomade digitale è una figura reale, ma nel tempo è diventata quasi una caricatura di sé stessa, utile per i titoli dei giornali, meno utile per capire cosa stia succedendo davvero.

Perché nel frattempo, fuori da quella immagine patinata e stereotipata, stava succedendo qualcos’altro, silenziosamente, senza etichette!

  • Come la dipendente di 50 anni che ogni mattina apre il laptop da un borgo dell’Appennino e partecipa a una call con i colleghi di Berlino — e alla parola “nomade digitale” probabilmente farebbe spallucce.
  • Il web designer freelance che non insegue destinazioni esotiche, ma cerca con cura i luoghi dove poter vivere e lavorare in modo più sostenibile, più umano, più suo.
  • L’imprenditore che usa la libertà del lavoro da remoto non per fuggire in un altro Paese, ma per costruire qualcosa che duri nel tempo.
  • La famiglia con bambini che ha scelto di spostarsi altrove — non per avventura, ma per trovare un ritmo più sostenibile, una vita più a misura d’uomo.
  • Il dipendente in smart working che divide la settimana tra un appartamento in città e la casa dei suoi nel Sud Italia, e che ancora non ha trovato le parole giuste per definirsi e per raccontare quello che sta vivendo.
  • Tutte queste persone non si riconoscono nel nomadismo digitale così come viene raccontato. Eppure vivono esattamente la stessa tensione di fondo: vogliono che il lavoro abiliti la vita che desiderano, non che la sostituisca. Vogliono essere liberi di potersi spostare altrove se e quando ne sentono il bisogno, voglio vivere e abitare realmente i luoghi in cui si trovano temporanemente, non solo attraversarli. Vogliono che il tempo abbia senso, non solo che sia pieno.

    Forse il nomade digitale per come lo abbiamo conosciuto non esiste più. O forse lo stiamo diventando tutti — ciascuno a modo suo -, senza doversi necessariamente riconoscere in un’etichetta che, ad oggi, non ha ancora un significato, e una definizione, univoca.

    «Nella società occidentale, possiamo dire che siamo tutti nomadi inseriti in un sistema stanziale e connesso…..Questo implica una visione della vita totalmente diversa. »
    Marco Aimee – Scrittore e Docente di antropologia Università di Genova –

    Per comprendere meglio chi sono le persone che si stanno avvicinando a questa filosofia di vita e lavoro, NomadiDigitali.it ha costruito un sondaggio insieme a due realtà che condividono la stessa domanda: Progetti Ospitali, che lavora sull’ospitalità come pratica viva di comunità e territorio, ed Evermind SB, società benefit che sviluppa progetti di impatto sociale e digitale. Un sondaggio diverso dal solito: meno “quanti anni hai, che lavoro fai e da dove lavori”, più “come stai davvero”.

    Lo abbiamo chiamato: “Abitare il lavoro, abitare la vita.”
    Hanno risposto più di 160 professionisti e lavoratori da remoto. Quello che hanno detto vale la pena leggerlo con attenzione.

    Chi ha risposto

    Prima di guardare i dati, un profilo di chi c’era dall’altra parte dello schermo.

    • 32% ha tra i 55 e i 64 anni. Il segmento più numeroso. Non millennial, non Gen Z.
    • 25% tra i 45 e i 54 anni. Insieme, quasi sei rispondenti su dieci hanno superato i 45 anni.
    • 39% vive con famiglia e/o figli. Non è un pubblico di solitari con zaino in spalla.
    • 53% vive in un piccolo centro o area interna in Italia. Non nelle grandi città.
    • 36% è dipendente, in presenza o ibrido. Quasi uno su quattro è freelance o partita IVA.

    Non è il solito campione di viaggiatori appassionati del “lavoro da ovunque” o di aspiranti “nomadi digitali”. È uno spaccato più largo, più maturo, più radicato. Ed è proprio per questo che quello che dicono va preso sul serio.

    Tempo: le giornate che non ci bastano più

    Il tempo vissuto non si misura con l’orologio.” — Henri Bergson

    La prima sezione del sondaggio chiedeva “del tempo”. Non di quanto ne abbiamo, ma di come lo stiamo usando. Il dato più eloquente:

    • il 38% dichiara di sacrificare spesso o quasi sempre ciò che è importante per ciò che è urgente.
    • Solo il 22% dice di riuscire ad andare a una velocità sostenibile nel lungo periodo, senza rischio di burnout.

    E poi c’è la domanda che forse nessuno si aspettava in un sondaggio sul lavoro remoto: “Fermarmi mi fa sentire improduttivo/a”. Oltre un terzo ha risposto con 4 o 5 su una scala da 1 a 5. Fermarsi, per queste persone, è ancora un atto di colpa.

    Il lavoro da remoto doveva essere la soluzione al tempo rubato. E invece — per molti — ha semplicemente spostato il problema in casa.

    Lavoro: molto da fare, poco da costruire

    La sezione sul lavoro restituisce una fotografia di persone consapevoli, lucide, a tratti stanche.

    • 37% sente che il lavoro occupa più spazio di quanto vorrebbe.
    • 34% fatica a staccare davvero — il lavoro segue ovunque.
    • 35% ha la sensazione di “lavorare molto senza costruire qualcosa che dura”.
    • 36% non si sente riconosciuto per ciò che è, ma solo per ciò che produce.

    Ma c’è un dato che salva tutto, o almeno apre uno spiraglio: il 70% immagina il proprio futuro lavorativo come un’evoluzione, non come un avanzamento lineare di carriera. È la cifra più alta dell’intero sondaggio. Vuol dire che la voglia di costruire qualcosa di diverso c’è — anche quando le condizioni attuali non ci aiutano o sembrano non esserci!

    Luoghi: viverci senza abitarli davvero

    “L’uomo è in quanto abita.” — Martin Heidegger

    La terza sezione era forse la più intima. Chiedeva non dove sei, ma come ci sei.

    • Il 36% dichiara di non sentirsi a pieno agio nei luoghi in cui vive oggi.
    • Il 45% fatica a “abitare davvero” i posti in cui si trova, piuttosto che usarli o attraversarli.

    Ma poi arriva un dato che stona con la narrazione dominante del nomade isolato e disconnesso.

    • L’87% delle persone sa che c’è almeno una persona con cui potrebbe condividere un momento difficile nei luoghi che abita.
    • E quasi il 63% sente che, quando lascia un posto, qualcosa di sé rimane lì — e qualcosa di quel luogo viene con loro.

    Le radici, insomma, non scompaiono. Si moltiplicano, si spostano, cambiano forma. Ma esistono.

    Senso e continuità: la libertà che a volte disorienta

    L’ultima sezione del sondaggio era la più filosofica, e produce forse il ritratto più fedele di chi vive questa condizione.

    • 35% si sente libero/a, ma anche disorientato/a. Libertà e bussola non sempre viaggiano insieme.
    • 46% fatica a investire le proprie energie con continuità — si disperdono più che concentrarsi.
    • 34% non riesce a immaginare di continuare a vivere in questo modo tra qualche anno.
    • Solo il 30% sente un’armonia chiara tra i propri valori e il modo in cui vive realmente.

    Il gap tra chi vorresti essere e come stai vivendo — quella tensione — è il filo rosso dell’intero sondaggio.

    E il “nomadismo digitale”? Solo il 22% si riconosce ancora nell’immagine del lavoratore-viaggiatore”

    Abbiamo chiesto direttamente: “Ti riconosci nel concetto di nomade digitale così come ci è stata raccontata e descritta sino ad oggi?”

    • 22% ha risposto Sì.
    • 48% ha risposto In parte.
    • 20% ha risposto No.
    • 10% Non sa o non gli interessa definirlo.

    Quasi otto persone su dieci non si riconoscono nell’immagine dominante del nomade digitale così come ce la siamo raccontata fino ad ora.

    Eppure queste persone sono qui. Hanno risposto a questo sondaggio, pensano al nomadismo digitale e al lavoro da remoto — perché stanno vivendo, o immaginando, una mobilità diversa. Più silenziosa, meno fotogenica, ma forse molto più reale.

    È la narrazione che si è cristallizzata nel tempo — patinata, un po’ bohémien, con quell’aria modaiola che fa bene ai click ma poco alla realtà — e i bias cognitivi che quella narrazione ha generato, rendendo invisibile tutto ciò che non assomigliava all’immagine instagrammabile.

    Perché il nomade digitale oggi non è più — se mai lo sia stato davvero — soltanto il giovane freelance giramondo con il laptop nello zaino.

    È un nuovo nomadismo che torna ad essere, nell’era digitale, quello che è sempre stato: non un viaggio a tempo indeterminato, non una fuga, non un’estetica, ma una risposta concreta ai bisogni di una società che sta cambiando radicalmente pelle.

    E allora, provocatoriamente, suggerisco una riflessione: nomade digitale non è forse chiunque abbia metabolizzato che stabilità e stanzialità non sono più necessariamente sinonimo di felicità e benessere — e stia ridisegnando, pezzo per pezzo, un modo diverso di vivere, lavorare e abitare la propria vita?

    Una nuova identità che non ha ancora un nome

    Letti nel loro insieme, questi dati non restituiscono una crisi. Restituiscono qualcosa di più sottile e più interessante: la fotografia di un cambiamento in corso, che ha già preso forma nella vita di molte persone ma non ha ancora trovato le parole per descriversi.

    Il disagio che emerge — il tempo che sfugge, il lavoro che invade, i luoghi abitati a metà — non è il disagio di chi sta sbagliando qualcosa. È il disagio di chi sta cercando nuovi modi di vivere, lavorare e abitare senza avere ancora una mappa. Un segnale strutturale: i modelli ereditati di carriera, di stabilità, di possesso e appartenenza ad un luogo non bastano più. E lo sappiamo tutti, anche chi non ha ancora trovato il coraggio di ammetterlo.

    Ma un ultimo aspetto di questi dati, e vale la pena evidenziarlo

    Quello che sta emergendo — lentamente, senza proclami, senza hashtag — assomiglia a una nuova identità!

    Un nomadismo digitale più concreto, più maturo, più etico, maggiormente radicato nella vita reale delle persone comuni, a differenza di come le immagini patinate ci abbiano mai raccontato.

    Un movimento globale e sempre più inclusivo, fatto di persone che hanno smesso di separare lavoro e vita come se fossero due mondi paralleli e impermeabili. Che si spostano, abitano i luoghi e le comunità con cura e consapevolezza, anche sapendo di essere abitanti temporanei — capaci di radicarsi nel provvisorio, di diventare parte attiva di una comunità, senza sentirsi mai davvero in transito.

    Non è più il nomadismo digitale romantico che conosciamo. Non è nemmeno la vita sedentaria e lineare che abbiamo ereditato. È qualcosa di intermedio e di nuovo — più fluido, più consapevole, più intenzionale. Un modo diverso di stare nel mondo che non ha ancora un nome condiviso, una definizione precisa, una copertina di magazine. Ma che molte persone stanno già vivendo — in silenzio, a modo loro, senza aspettare che qualcuno gli dica come chiamarsi.



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