22 Giugno 2023 | Danilo Messineo
Forse Non è il Posto Sbagliato: è Sbagliato il Modo di Abitarlo
In un'epoca in cui possiamo lavorare e vivere ovunque, il posto 'sbagliato' non esiste più. Esiste solo il modo giusto o sbagliato di abitarlo.
Photo by Unsplash - Anton Shuvalov

Questo racconto nasce dalle riflessioni emerse dal sondaggio ‘Abitare, Lavoro e Vita’ per esplorare cosa significa davvero abitare oggi — quando il lavoro non ci lega più a nessun posto e la libertà di muoversi diventa, per molti, una domanda aperta su dove e come vogliamo davvero stare al mondo.
Partiamo per tornare a casa
Sto tornando da Reggio Calabria. Guardo la strada mentre guido, i bambini dormono dietro, la mia compagna guarda fuori. Scorre l’autostrada che conosco da sempre: risale lo Stretto, poi la Calabria, la Basilicata, la Campania, il Lazio. L’ho percorsa così tante volte che ho smesso di contarle.
Eppure, ogni volta, più o meno nello stesso punto, arriva la stessa domanda: qual è casa mia?

So da dove vengo. Sono nato a Reggio, ho vissuto in Inghilterra, vivo a Roma da anni. La risposta geografica c’è. Ma quando provo a rispondere nel senso profondo, nel senso che conta, la risposta diventa mobile, sfuggente.
Quando sono a Reggio mi manca qualcosa che appartiene a Roma. Quando sono a Roma, è Reggio a tornarmi addosso.
E poi c’è quella spinta a ripartire, a rimettermi sempre in movimento. Non ha a che fare con le vacanze o con l’idea di evasione. È più simile a una necessità, come se restare troppo a lungo nello stesso punto facesse perdere qualcosa….C’è sempre qualcosa di me che arde altrove!
Forse questa sensazione è familiare a molti. È come stare sempre leggermente fuori fuoco rispetto al luogo in cui sei. Non abbastanza da perderti, ma abbastanza da non coincidere mai del tutto con un posto solo.
Sono sicuro che anche tu che leggi a un certo punto della tua vita hai scelto di non vivere dove capita. E da lì è cambiato tutto.
Ti sei spostato. Hai costruito una vita più libera. Hai scelto i luoghi, i ritmi, il lavoro. E per un po’ ha funzionato. Funziona ancora, in molti momenti. Poi però arriva qualcosa che non avevi messo in conto.
Puoi stare ovunque. Ma questa cosa non basta più a dirti dove stare. Non è una crisi.
È un passaggio sottile. Perché quando puoi scegliere, non puoi più nasconderti dietro le circostanze. Dove abitare davvero?
Quando il luogo diventa una scelta
Per molto tempo questa domanda non si poneva semplicemente perché non c’era spazio per farsela. Si nasceva in un posto e, nella maggior parte dei casi, si restava lì. Nascita, crescita, lavoro, famiglia, morte. Tutto nello stesso luogo.
Ma è una storia più recente di quanto immaginiamo. Come osserva l’antropologo Marco Aime, se immaginassimo la storia umana come un chilometro di strada, la sedentarietà occuperebbe appena gli ultimi ventitré centimetri.
Per la maggior parte della storia evolutiva siamo stati nomadi. Ci muovevamo collettivamente seguendo il clima, il cibo, le stagioni, le condizioni favorevoli. Il pianeta era una casa comune, non un insieme di destinazioni.
Nomadismo e stanzialità sono due modi diversi di stare al mondo. Nel primo, ciò che conta si porta con sé: relazioni, riti, memoria. Nel secondo, si costruisce un luogo e lo si abita nel tempo, caricandolo di significato. Uno vive nell’essere, l’altro nell’avere. Uno porta casa con sé, l’altro fa di un posto la sua casa.
Per secoli abbiamo scelto la seconda strada. Abbiamo costruito l’idea che la vita dovesse avere un centro stabile, qualcosa di fermo attorno a cui tutto il resto ruota.
Poi qualcosa si è riaperto.
Negli ultimi anni, le tecnologie digitali e il lavoro da remoto, hanno spezzato un legame che sembrava inevitabile: quello tra ciò che fai e il luogo in cui vivi. Non intendo dire che stiamo ritornando ad essere nomadi ma sicuramente è cambiata una cosa essenziale: abbiamo rimesso in discussione l’idea che il luogo dove abitiamo, e il lavoro che facciamo, siano dati fissi, ereditati, inevitabili.
Non è più il lavoro a decidere automaticamente dove stare. E con questo si è aperta una possibilità nuova: scegliere dove vivere senza che sia una necessità professionale a farlo al posto tuo.
Ciò restituisce alla domanda dove voglio stare il peso di una vera scelta. È lì che la domanda torna, più forte di prima. Ed è proprio lì che si apre il problema.
Abitare è un’altra cosa
Abitare un luogo non è mai solo una questione pratica. Non è solo dove dormi, dove lavori, dove passi le giornate. È qualcosa che ti riguarda più da vicino, anche quando non ci fai caso.
Ogni posto in cui stai, in qualche modo, ti restituisce qualcosa. Ti mette davanti a una versione di te che magari non avevi ancora visto. Ci sono luoghi in cui ti senti più aperto, altri in cui ti chiudi, altri ancora in cui resti in sospensione senza capire bene perché. Dipende da come ci entri.
Abitare, in fondo, è questo: stare dentro una tensione tra chi sei arrivando e chi potresti diventare restando. È per questo che due persone possono vivere lo stesso luogo in modo completamente diverso. Per uno è solo una tappa, per l’altro diventa qualcosa che lascia traccia.
Chi ha fatto del movimento una scelta di vita lo sa bene — dai nomadi digitali a chi semplicemente non si riconosce in un solo posto. C’è un momento, a volte quasi impercettibile, in cui un posto smette di essere qualcosa che osservi e diventa qualcosa in cui inizi a stare davvero.
Succede quando smetti di guardarlo dall’esterno. Quando inizi a riconoscere i dettagli. Sai dove comprare il pane. Hai un bar dove qualcuno ti saluta. Ti ritrovi dentro situazioni che non hai programmato tu.
Puoi stare in un posto tre settimane e abitarlo davvero, oppure tre anni e restare sempre un passo fuori. La differenza sta nel tipo di presenza che porti.
Quando un luogo inizia a vederti
Ogni luogo ha una sua anima, quello che gli antichi chiamavano genius loci. È una presenza che si forma nel tempo: nelle storie che si depositano, nei gesti che si ripetono, nei ritmi che impari a riconoscere senza accorgertene.
Ci sono luoghi in cui ti senti subito più aperto. Altri in cui ti chiudi. Altri ancora che ti trattengono senza un motivo chiaro. Dipende in parte da te, in parte dal posto. È una relazione che si crea o non si crea.
Ma questo, da solo, non basta. Puoi trovarti in un luogo pieno di bellezza, di storia, di energia, e restare comunque ai margini. Come se quel posto non ti vedesse davvero.
Quello che manca, in quei casi, è qualcosa di molto semplice e molto raro: il riconoscimento.
Si tratta di qualcosa che va aldilà dell’essere trattati bene o accolti con gentilezza. È qualcosa di più preciso. È qualcuno che si accorge di te. Che registra la tua presenza. Che, quando torni, non riparti da zero.
È in quel momento che cambia la qualità dello stare. Perché un luogo inizia a esistere davvero per te quando smette di essere solo uno spazio e diventa una relazione. Quando sei parte di una trama, anche piccola, fragile, ma reale.
È questo che costruisce la sensazione di casa. Una rete di relazioni vive in cui il luogo e chi lo abita iniziano, lentamente, a riconoscersi.
Tra muoversi e restare
Negli ultimi anni si è aperta una possibilità nuova: lavorare senza essere legati a un luogo preciso. All’inizio è sembrata solo libertà. Viaggiare, spostarsi, scegliere, cambiare.
Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. Il viaggio non è più uuna vacanza ha iniziato a somigliare a una forma di vita, ma restando sempre sospeso tra movimento e radicamento. Ti ritrovi in mezzo, in uno spazio che non è più solo passaggio.
Ed è proprio lì che nasce un modo diverso di abitare: una presenza temporanea, ma reale. Luoghi che attraversi abbastanza a lungo da entrarci dentro, anche senza restarci per sempre.
Il problema è che questa possibilità può essere vissuta in due modi molto diversi. Puoi continuare a muoverti senza mai entrare davvero in relazione con i luoghi. Lavorare ovunque, ma restare sempre nello stesso spazio, quello dello schermo, delle abitudini che ti porti dietro.
Oppure puoi iniziare a partecipare. Entrare nei ritmi, nelle relazioni, nei piccoli gesti quotidiani che trasformano un posto in qualcosa di più di una tappa.
È una responsabilità. Perché ogni luogo che attraversi non è neutro. E nemmeno tu lo sei. Puoi consumarlo, oppure contribuire a ciò che diventa mentre ci sei.
L’errore è cercare il posto giusto
Il problema, per molti che lavorano da remoto e si spostano, è che cercano il posto giusto come se esistesse indipendentemente da loro. Come se fosse lì ad aspettarli, già pronto, già caldo. Quando non funziona, cambiano. E poi ancora.
Un luogo, però, non si rivela da solo. Diventa qualcosa anche attraverso quello che sei disposto a metterci: il tempo, l’attenzione, la disponibilità a lasciarti cambiare. Restare in attesa che sia il posto a fare tutto il lavoro non basta.
È qui che spesso qualcosa si inceppa. Continuiamo a muoverci con una logica da utenti: valutiamo, confrontiamo, scegliamo. Abitare segue un altro ritmo. Comincia dopo la scelta, nel modo in cui entri in relazione, in quello che costruisci o lasci scorrere.
Per questo, anche in luoghi che funzionano perfettamente, può restare una sensazione strana. Come se mancasse qualcosa. E allora riparti.
Entrare davvero
Forse è per questo che, a un certo punto, muoversi non basta più. Perché, da solo, non costruisce niente. Puoi continuare a cambiare posto, a cercare condizioni migliori, contesti più adatti, luoghi che funzionano. Ma finché resti in quella logica, qualcosa continuerà a mancare. È un problema di relazione.
Allora la domanda cambia.
Non è più: dove si sta meglio? È: che cosa sto costruendo nel posto in cui sono?
Sto entrando davvero in relazione con questo luogo? Sto lasciando qualcosa? Sto permettendo a questo posto di cambiarmi, anche solo un po’?
È lì che succede qualcosa. Nel momento in cui smetti di cercare un posto che ti assomigli e inizi, poco alla volta, a diventare parte del luogo in cui sei.
Quando non ti limiti a stare, ma inizi ad abitare. E abitare, oggi, è una scelta. Non definitiva, non perfetta, ma concreta. È decidere, ogni volta, di restare abbastanza da far accadere qualcosa.
Non si tratta di trovare il posto giusto, ma di imparare a stare in modo diverso nei posti che attraversi. Forse non è il posto sbagliato. Forse è il primo luogo in cui puoi iniziare a costruire.
Conclusione
Sto ancora cercando una risposta alla domanda che mi accompagna ogni volta che torno da Reggio. Forse non è una domanda con una risposta definitiva.
Forse casa non è un punto sulla mappa, ma una qualità della presenza: il modo in cui stai in un luogo, non il luogo in sé.
Quello che so è che ogni volta che mi sono sentito a casa c’era sempre qualcuno che mi aveva visto. E io avevo visto loro.