Lavorare Ovunque Grazie a Internet Come Dipendente: Realtà o Fantasia?

Vivere e lavorare ovunque con un contratto da dipendente è solo un sogno oppure rappresenta una possibilità concreta per chi aspira ad essere un Nomade Digitale?

Eleonora Malacarne

Eleonora Malacarne: Ho vissuto in Spagna per sei anni, al termine dei quali sono partita per un viaggio in solitario in India. Se prima sognavo solo di ripetere questa esperienza, ora spero di farlo un giorno da nomade digitale. Mi piacerebbe trasformare la mia passione per i viaggi, le danze indiane e la scrittura in una professione online che mi permetta di vivere e lavorare viaggiando.

Pubblicato il: 1 Novembre 2013 | Categoria:

Nel voler diventare Nomade Digitale, come probabilmente succede a te che mi leggi, mi sono spesso imbattuta, su questo sito e non solo, nelle storie di chi a tutti gli effetti vive e viaggia lavorando grazie a Internet.

Intraprendere questo percorso non è di certo facile e come hanno ricordato molti dei miei colleghi contributors non si tratta di fare un salto nel buio, di mollare tutto e partire, ma richiede una fase di progettazione: bisogna infatti pensare a come trasformare il proprio lavoro per poterlo svolgere in qualsiasi luogo, oppure creare una nuova professione o un progetto web che permettano di poter vivere da location independent.

In questo cammino mi sento un po’ a metà strada, ho abbandonato la filosofia del posto fisso e come spiegavo nel mio post sulla ricerca del cambiamento, non sono convinta di aver bisogno di una casa, di un’auto e di tanti oggetti per raggiungere la felicità, ma allo stesso tempo mi sento insicura, ho un po’ il timore di rischiare ad imbarcarmi in un mio progetto personale, ho paura di non avere l’idea giusta.

Proprio per questo motivo ho pensato spesso alla possibilità di lavorare in remoto per un datore di lavoro come a una soluzione alle mie incertezze, vedendo inoltre questa formula come una possibilità di aprire degli spazi, di farmi comprendere come avviare un mio progetto. L’ho vista come un’opportunità di scoprire cosa significhi lavorare autonomamente, fuori dalle quattro mura di un ufficio: il mio capo sono io, che decido come gestire il mio lavoro e mi trovo in solitario a svolgere le mansioni che mi vengono richieste, con i pro e i contro del caso.

Uno degli aspetti del lavoro freelance, che probabilmente molti aspiranti Nomadi Digitali temono, credo sia infatti l’insicurezza almeno iniziale che esso comporta. Per questo ho pensato che il telelavoro oppure il lavoro in remoto rappresentassero la possibilità di uscire dal mio “stallo” iniziale, una specie di ponte tra il lavoro dipendente e quello totalmente indipendente e autonomo.

Più volte sul posto di lavoro (lavorando per una agenzia di traduzione statunitense in Spagna) mi è capitato inoltre di ricorrere all’aiuto di professionisti definiti “permalancer”, cioè a figure a cui veniva garantito un “fisso” di ore lavorative mensili pur essendo freelance, secondo accordi gestiti con i vertici aziendali che prevedevano più o meno benefit e una certa elasticità nel “dove” lavorare, con la possibilità di venire anche a volte sul posto (e quindi di cambiare un po’ l’ambiente e vedere delle persone).

Ho pensato quindi che anche questa opportunità fosse da tenere in considerazione per l’inizio di una nuova attività indipendente dalla localizzazione geografica.

Ho cercato di informarmi un po’ navigando in Rete e ho potuto purtroppo constatare che quella del permalancer è una realtà pressoché inesistente in Italia.

Anche il lavoro in remoto costituisce un modo di lavorare ancora nuovo nel nostro Paese, spesso non conosciuto o respinto dai datori di lavoro che in gran parte lo vedono come una “scusa” per perdere tempo.

A me stessa è capitato all’estero di lavorare in realtà aziendali che aberravano questo tipo di soluzione, in cui poi io stessa ed altre persone aspettavamo lo “scoccare” delle ore 18 per scappare dalla monotonia dell’ufficio. Ma allora è meglio far lavorare un dipendente da dove desidera, rendendolo più soddisfatto e felice della sua vita lavorativa (e di conseguenza più produttivo) oppure averlo sotto controllo a pochi metri, mentre in certi orari della giornata continua a guardare l’orologio e a rallentare il ritmo in vista della pausa o dell’uscita dalle quattro mura?

La nostra realtà culturale sembra purtroppo non avere il dubbio e non agevolare questa modalità, così come non lo fanno gli obblighi contrattualistici previsti per le poche formule di questo tipo di lavoro: orari di reperibilità o per le visite fiscali, malattie, ferie, insomma in Italia questa realtà non decolla.

Altrove, al di là della soggettività dei lavoratori, di chi è più produttivo e chi no e delle differenze che sussistono anche all’interno dello stesso ufficio, c’è chi invece da anni ha fatto propria la politica del lavoro in remoto. Si tratta di parecchie aziende i cui dipendenti vanno in ufficio poche ore la settimana oppure non ci vanno proprio. In alcuni Paesi europei questa realtà è già abbastanza consolidata e così avviene anche negli Stati Uniti. (Telelavoro, Italia maglia nera)

Per saperne di più su questa realtà e sulla eventuale possibilità di sfruttarla da Nomade Digitale ho pensato di fare qualche domanda a chi la vive da parecchio tempo.

Adriana Beaton è una consulente che lavora per una importante multinazionale che offre proprio soluzioni per il lavoro mobile e per anni ha rivestito importanti incarichi all’interno di grandi società di traduzione… è proprio in una di queste che l’ho incontrata, anche se forse è più giusto dire che la nostra conoscenza è solo a livello “digitale”: io e Adriana ci siamo contattate per progetti con in comune la lingua italiana e problemi di tipo linguistico, correzioni, revisioni… ma non ci siamo mai incontrate in carne ed ossa, anche se siamo diventate buone amiche.

Adriana, presentati agli amici di Nomadi Digitali.

Ciao, sono Adriana, italiana di nascita, ma vissuta da adulta in realtà straniere, prima in Inghilterra e poi negli USA.

Parlami un po’ di una giornata tipo di una persona che lavora remotamente.

Lavorare remotamente comporta una grande flessibilità. Per esempio in una delle posizioni che ho ricoperto lavoravo per l’ufficio di Londra di una società di localizzazione e seguivo in particolare un cliente con sede in Svizzera. Io però ero negli USA, prima in Florida (con sei ore di differenza) e poi in Arizona (con otto ore di differenza). Voleva dire che mi alzavo alle 4 del mattino (o alle 2 quando ero in Arizona) e lavoravo come se fossi in Europa, col gran vantaggio di avere poi il pomeriggio libero.

Lavorare in remoto significa anche essere sempre disponibile con vari sistemi di comunicazione immediata (es. Skype) e fare riunioni per telefono o anche in video conferenza. Bisogna saper capire le necessità del datore di lavoro e del cliente finale senza mai vederne le espressioni del viso. Bisogna saper dare il meglio senza avere qualcuno che ti controlla ogni ora del giorno. Vuol dire anche essere sicuri di se stessi e del proprio lavoro.

E’ difficile trovare un impiego di questo tipo? In che tipo di settore c’è magari più richiesta?

Il lavoro in remoto non è una cosa facile da ottenere, nonostante tutto quello che si dice e si propone, esiste sempre la mentalità che “se non sei seduto alla tua scrivania in ufficio non fai il tuo lavoro”. E spesso un manager vuole sentirsi sicuro che tu sia presente in ufficio per giustificare anche la sua presenza.

Forse il settore dove c’è più richiesta è l’HiTech, il Software, e anche le aziende pubblicitarie. Conosco anche diverse persone che lavorano in remoto per aziende di localizzazione di software. Insomma tutti quei settori dove la tecnologia consente dei contatti rapidi e facili mediante messenger e video conferenze.

Tu che lavori per un’azienda che offre soluzioni per il telelavoro, sai magari in quali Paesi c’è più richiesta e per quali figure in particolare?

Certamente negli USA c’è la richiesta maggiore, ma anche alcune aziende in Europa offrono questa possibilità. Per quanto riguarda le figure, consulenti, project manager, gestori di programmi in genere. Insomma coloro che possono svolgere un lavoro quotidiano abbastanza indipendente, ma la cui presenza in ufficio quotidianamente non è assolutamente indispensabile.

C’è molta pressione del datore di lavoro quanto al rispetto di orari e tu come ti sei sentita lavorando in remoto, è davvero un modo per il dipendente di perdere tempo ed oziare oppure uno si sente più produttivo?

Io mi sento molto più produttiva a lavorare in remoto. Non ci sono colleghi che vengono a raccontarti cosa hanno fatto la sera precedente, o a scambiare gossip da ufficio, non ci sono pause caffè vere e proprie, però puoi mettere la lavatrice e fare una chiacchierata con un’amica al telefono anche se lavori.

Non tutti sanno lavorare in remoto, c’è per esempio il problema dei figli a casa, o delle amiche che pensano che siccome lavori da casa in effetti sei sempre disponibile per due chiacchiere.

È ovvio che ci vuole disciplina, che bisogna avere una stanza con una porta da chiudere dove ci si possa isolare dagli altri, che bisogna imporsi un orario di lavoro e non deviare. Non deve essere un modo per oziare, ma un modo per essere più produttivi.

Secondo te, chi lavora in remoto può farlo viaggiando da una parte all’altra del mondo?

Sì e no. Per lavorare bene occorre creare un “ufficio virtuale”. Ci vuole una connessione Internet stabile e sicura. Ci vuole una linea telefonica affidabile.

A meno che tu non faccia lavori dove non sia richiesta la tua reperibilità non sono sicura che si possa viaggiare e lavorare costantemente… certo a me piacerebbe. Però è senza’altro possibile scegliere il posto, o il Paese, dove lavorare senza necessariamente essere costretto a vivere nella città dove l’azienda ha la sua sede.

Tu credi che sia possibile per un aspirante Nomade Digitale ottenere un lavoro da dipendente?

Conosci qualcuno che è riuscito ad ottenere un lavoro fisso in remoto con la possibilità di svolgerlo ovunque?




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