Perchè Ho Deciso di Lasciare Un Lavoro a NYC per Vivere in Barca a Vela

Mi presento alla community dei Nomadi Digitali condividendo la mia storia e la motivazione che mi ha spinto ha lasciare un lavoro sicuro in un blasonato ufficio di Manhattan, per diventare nomade digitale e vivere in barca a vela.

Sara Teghini

Sara Teghini: Da due anni vivo per almeno sei mesi all’anno in mare, su una barca a vela. Tra il Mediterraneo e i Caraibi, tra connessioni e collegamenti radio utilizzo internet per trasmettere scrivendo la mia passione per la navigazione a vela, il mare e la libertà. E aiutare le persone ad avvicinarsi a questo modo straordinario di viaggiare e vivere.

Pubblicato il: 19 Aprile 2016 | Categoria:

Sono qui a raccontarti la storia di come e perché sono passata da un blasonato ufficio di Manhattan ad una barca a vela – più precisamente a prua della barca, “davanti all’albero”, dove stanno i marinai semplici, non i passeggeri.

Se devo pensare al momento esatto in cui ho preso la decisione fatico un po’, perché il percorso che mi ha portato dove ho deciso di essere (cioè in tanti posti, per lo più nel mare) è stato lungo e fatto di tante piccole “rotture”, molte delle quali impercettibili, ricucite insieme in una trama sensata solo con il senno di poi. Comunque c’è stato anche quel momento, quello in cui ho detto “basta”: ero in macchina, stavo tornando a casa. Come al solito incolonnata, frenetica con le mani e con i pensieri tra il cellulare, la certezza di far tardi, la sigaretta e la radio. Scene di ordinaria follia. Mi volto e vedo un tramonto viola e rosa, bellissimo e delicato, ma la coda si sblocca, devo ripartire, non ho tempo per il tramonto.

In quell’attimo preciso ho deciso che non mi sarei mai più accontentata di meno di 200 tramonti all’anno, goduti come dicevo io. Ho cominciato dai più belli, quelli in mezzo all’oceano, imbarcandomi per una traversata dell’oceano Atlantico in barca a vela. Decisione per molti versi folle: avevo poca esperienza di navigazione, tante cose sospese, nessun piano. Quando ci ripenso adesso mi dico che è stata la cosa più egoista che potessi fare, e che è stato come un grande urlo liberatorio e di affermazione che qualcosa stava cambiando. È stata anche una cosa che ha segnato la mia vita: mi sono innamorata dell’oceano e da allora non sono praticamente più riuscita a scendere da una barca.

Adesso vivo in barca per molti mesi all’anno, scrivo, do una mano a bordo, e intanto costruisco il mio prossimo progetto, che sta nascendo grazie prima di tutto al tempo e allo spazio che ho dedicato a capire quello che volevo fare davvero.


Dove Sto Andando?

Ci vogliono un paio di flashback. Il primo: dopo qualche anno di lavoro l’Italia mi va stretta, faccio domanda per essere ammessa ad un corso di specializzazione alla Columbia University, mi accettano e vado. Da lì presento un’idea progetto all’Ufficio del Sindaco di NYC, che apprezza e mi offre un contratto.

Il secondo flashback, tre anni dopo: un giorno come gli altri, mentre corro come al solito per Manhattan, mi fermo e mi chiedo “ma dove sto andando?”. Manhattan è un’isola, e a forza di correre su e giù per un’isola ad un certo punto la domanda diventa inevitabile, forse più che in altri posti. Per quelli che mi guardavano da fuori la risposta era ovvia: stavo facendo carriera, stavo andando “più su”, ma io avevo cominciato a chiedermi dove mi avrebbe portato il continuo salire.

La verità era che io non volevo andare più su, ma “di là”! Perché non ci avevo pensato prima?

Era arrivata la crisi di coscienza, finalmente: non mi sentivo più a mio agio nella mia vita. Non condividevo più il fine di quello che stavo facendo, mi sembrava di essere un ingranaggio insensato di un meccanismo rotto e sbagliato.


Ok, Cambiare è Necessario, Ma Come Fare?

Ero all’”apice”, ero in una buona situazione economica e generale: il momento perfetto per cambiare strada, e ho cominciato subito organizzando il rientro in Italia. Poche idee ma confuse, e l’inizio del vero percorso in salita: andare “più su” è tutto sommato più facile che andare “di là”, perché è quello che tutti ci dicono di fare, da sempre, in tutto, e la strada ha degli ostacoli ma è tracciata. Per cambiare direzione, invece, la strada non è battuta, ognuno deve trovare la propria, e non è una cosa semplice.

Non è esistita per me – e non credo che esista in generale – la ricetta facile e veloce: tutto quello che posso darvi per ora, quindi, è il lungo elenco di domande che mi sono fatta e che ancora mi sto facendo. Le domande sono molto più numerose di quelle che scrivo qui, ma soprattutto non sono domande che ci si pongono una volta sola. Bisogna farsele di continuo, perché (quasi) ogni giorno bisogna rispondere di nuovo, e non sempre la risposta è uguale a quella del giorno prima. È un equilibrio davvero complicato, un viaggio bellissimo e faticoso, continuamente sul confine tra quello che crediamo di sapere, di volere, di saper fare e di essere disposti a mettere in gioco.


Quale Direzione Prendere?

Saper scegliere una propria direzione implica avere consapevolezza di sé, e non è proprio una cosa che ti insegnano (purtroppo) o che si può fare alla leggera. Vuol dire farsi molte domande, imparare a non mentirsi, a mettersi in dubbio ed essere onesti e severi con se stessi senza per questo affossarsi in un pozzo nero di colpe e immobilismo. Vuol dire essere disposti a toccare con mano i propri limiti, fino al punto di sentirsi a proprio agio anche con la paura e l’incertezza. Vuol dire avere il coraggio di sognare, sapendo che poi ci sarà da lavorare molto più di quanto abbiamo mai fatto per realizzare quel sogno. Molto più di quanto si pensi, credimi… e non sottovalutate questo punto.

Come fare? Io ho cominciato dicendo dei “no”. In traversata atlantica, avendo tanto tempo a disposizione e nessuna distrazione, avevo fatto in maniera quasi istintiva una lista di cose che non volevo più facessero parte della mia vita, cose che volevo avessero più spazio, cose che credevo di essere brava a fare. L’elenco più lungo era quello delle cose che non volevo più, e siccome era l’unico punto fermo, ho deciso di sfruttarlo.

Dire dei no lascia molto spazio alla possibilità di esplorare con calma l’orizzonte dei “sì”, e delle capacità che magari abbiamo sempre avuto ma non abbiamo mai coltivato. Ad esempio io sapevo che scrivere mi piaceva, lo sapevo da quando avevo 12 anni, ma non avevo mai lasciato spazio a questo aspetto di me. È stato istintivamente, in traversata, che mi sono ritrovata a scrivere come un fiume un piena, riempendo pagine e pagine senza nemmeno pensarci…

Cosa serve? Coraggio e umiltà sono le prime parole che mi vengono in mente, ricordandosi che coraggio non vuol dire non aver paura di fare qualcosa, ma farla anche se si ha paura, e che umiltà non vuol dire farsi mettere i piedi in testa, ma essere consapevoli che possiamo e dobbiamo imparare sempre qualcosa. E magari serve anche un piano di massima, anche se la mia esperienza personale mi fa dire che molto più di un piano servono la consapevolezza di sé e il tempo di concepirlo per bene, il piano, la flessibilità per saper vedere quello che c’è all’orizzonte e magari cambiare direzione o cogliere un’opportunità, e la capacità di saper vedere qualcosa che ancora non esiste, prima di tutto quella “versione di noi stessi” a cui vorremmo assomigliare.

Chi ci può aiutare? Tutti, tutti hanno qualcosa da insegnare, ma a modo loro, e a volte questo modo può anche fare male. All’inizio, quando ho detto “lascio il lavoro a NYC e torno” è stato tutto un “sei pazza, cosa dici, decisione sbagliata”. Mi sono trovata senza rete, senza supporti. A qualche anno di distanza molti hanno cambiato in “ti invidio, brava, hai capito tutto”. La verità starà di sicuro da qualche parte nel mezzo… Ma serve tanta tanta forza all’inizio, per credere in qualcosa che nessun altro vede. E serve tanta umiltà per continuare ad ascoltare.

Per fortuna, internet e il web ci mettono a disposizione una quantità di collegamenti e possibilità che sono una risorsa inestimabile: grazie a internet io ho trovato aiuto soprattutto in persone che non conoscevo, ma che avevano qualcosa in comune con me, che avevano già fatto un percorso di cambiamento, o che “semplicemente” avevano da insegnare cose che io avevo bisogno di imparare. Visto che non ero (e non sono) un’esperta, ho usato molto internet per studiare e fare corsi on line per acquisire le varie competenze che mi servivano, a costi contenuti o spesso gratuiti, senza preoccuparmi dei fusi orari o della presenza fisica.


Vivere da Nomade Digitale in Barca a Vela

E infine la domanda per me fondamentale: perché la barca a vela? “Perché no” mi verrebbe da rispondere in maniera provocatoria.

La barca, come il camper o la tenda in spalla, ha il vantaggio molto pratico di farti viaggiare per il mondo con la tua casa al seguito, che è forse l’essenza del nomadismo.

Su una barca a vela si recuperano dimensioni molto diverse di pensiero e di consapevolezza, grazie soprattutto alla vita semplice e al contatto con la natura. Quando ci si muove con il vento, quando le distanze sono solo in parte misurate dalle miglia, ma soprattutto da variabili che non possiamo controllare (le onde, le pressioni), il cambio di prospettiva rispetto alla terra è davvero profondo. In mare si pensa in una maniera diversa. Una dipendenza così forte e costante dagli elementi naturali ti insegna a prevedere ben sapendo che tutti i programmi che fai potrebbero andare all’aria in qualsiasi momento: il che è vero anche a terra, ma a terra è più facile fare finta che non sia così.

Ma l’aspetto che più mi piace della vita in barca a vela, quello che veramente mi ha fatto innamorare, è la semplicità. La vita in barca è semplice perché la barca stessa segna un limite fisico e invalicabile rispetto a molte variabili su cui siamo abituati a concentrarci: in barca lo spazio è limitato, le comodità sono limitate, l’acqua e l’energia elettrica vanno risparmiate. E non avendo modo di riempire il tempo e lo spazio di oggetti e diversivi si può pensare a quello che ci serve davvero.

In barca a vela si è nomadi per definizione, quindi, ma in quanto all’essere digitali si pongono diverse questioni da risolvere. Da due anni combatto con problemi di connessioni e di alimentazione, e magari nei prossimi mesi scriverò quali soluzioni ho trovato, ma è certo che non potrei mai condurre la vita che ho scelto senza avere la possibilità di lavorare con internet e il web. E viceversa. Perché se di lavoro scrivo di mare, farlo da dietro una scrivania avrebbe davvero poco senso: dubito che riuscirei a scrivere cose che trasmettano davvero la passione che ho, dubito che le persone si fiderebbero di quello che scrivo sapendomi in un ufficio invece che sulla barca.

In mare ci sono anche momenti di disconnessione, a volte brevi e ininfluenti, a volte lunghi, come durante una traversata atlantica. Sono momenti che hanno molti aspetti positivi: io li uso per raccogliere le idee, per fare “igiene mentale”, per elaborare, e sono spesso i momenti di maggiore ispirazione, ma sono uno degli aspetti più difficili da gestire dal punto di vista lavorativo. C’è di buono che ti insegnano in fretta una delle più grandi doti che accomunano marinai e nomadi (digitali e non): l’organizzazione puntuale del tempo e del lavoro.



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