Che Differenza c’è tra l’Essere Nomadi Digitali e dei Veri Nomadi

In questo post vorrei condividere con te quelle che personalmente ritengo siano le differenze, tra l'essere "nomadi digitali" rispetto ad essere dei "veri nomadi" ed evitare sillogismi che sono concettualmente sbagliati.

Ilaria Cazziol: Da sempre al posto fisso preferisco l’idea di un lavoro che mi permetta di viaggiare e di godere della mia libertà. Amo la comunicazione digital e dopo qualche intenso anno in un’agenzia ho deciso che volevo realizzare i miei sogni: così mi sono messa in viaggio, scrivendone su viaggiosoloandata.it e facendo copywriting, SEO e traduzioni come freelance.

Pubblicato il: 18 settembre 2017 | Categoria:

Ormai il mondo si è accorto dell’esistenza dei nomadi digitali. Da fenomeno strettamente di nicchia, soprattutto in Italia, la cui menzione necessitava successivamente di lunghe e complesse spiegazioni, e scatenava più di un sopracciglio inarcato, oggi sempre più spesso mi sento rispondere “ah sì, quelli che lavorano online viaggiando”.

Bene, è un inizio, mi fa piacere vedere che qualcosa sta cambiando. Però no, ancora non ci siamo.

Come sempre capita con i fenomeni complessi, con i cambiamenti epocali portati dalla tecnologia che si espandono lentamente e gradualmente, servono delle semplificazioni per comprenderli.

In questo caso, sono soprattutto i giornali che stanno facendo uso più che abbondante di semplificazioni di vario tipo per descrivere il fenomeno. I titoli dei più recenti articoli che ho letto sull’argomento andavano da un blando “I nomadi digitali che lavorano viaggiando” ad un più fuorviante e sensazionalistico “se il lavoro è online, la casa può essere ovunque nel mondo”.

Sebbene in parte questi titoli siano corretti, e in parte alcuni nomadi digitali rientrino in questa categoria, è davvero riduttivo cercare di incatenare questo fenomeno in un sorta di ritorno ai tempi dei figli dei fiori, dipingendo questi professionisti come dei “senza casa”.

Vorrei quindi provare a fare chiarezza sulle diverse accezioni di nomadismo e, soprattutto, di nomadismo digitale, perché per capire un fenomeno è sempre meglio cercare di spiegarlo dalle basi. E nonostante sia già stato fatto, può essere utile portare un esempio metaforico come quello che ho provato sulla mia pelle.


Vivere Come Nomadi Veri

Di recente mi sono trovata a fare un’esperienza davvero istruttiva e profonda, proprio nella sede dei miei viaggi in giro per il mondo: in Mongolia infatti abbiamo deciso di vivere per una settimana con una famiglia nomade, una delle realtà più rappresentative di questo Paese e uno dei pochi luoghi al mondo in cui si possa ancora provare questa vita in maniera autentica. E ho riflettuto molto sul nomadismo, quello vero, e sull’etimologia del termine, ben diverso, “nomadismo digitale”.

Così come si è fatto dall’inizio della storia del mondo, fin quando abbiamo perso questa tradizione in favore di abitudini più sedentarie, la maggior parte degli abitanti della Mongolia vive nelle proprie ger, il termine mongolo per indicare le tipiche yurte, possedendo solo quello che può riuscire a spostare non dico sulle proprie spalle, ma al massimo su un piccolo camioncino, basando la propria sopravvivenza sull’allevamento e su ciò che si può produrre localmente.

Non è difficile capire il motivo guardando il paesaggio della Mongolia, visto che a perdita d’occhio e senza interruzione tutto ciò che si può vedere è arida, giallastra steppa.

Ben prima di raggiungere il deserto del Gobi che popola l’immaginario collettivo, con dune di sabbia e montagne scure, la natura mongola regala una terra tutt’altro che fertile. Secoli fa le sue popolazioni quindi hanno rinunciato a coltivare frutta e verdura, preferendo dedicarsi all’allevamento del bestiame e al consumo di carne.

Non è una vita facile, al di là dell’idea romantica di un simile stile di vita e dei problemi che non oso nemmeno immaginare legati ad un consumo prevalente di carne. Le persone che scelgono di vivere in questo modo rinunciano ad ogni comodità, nella ger in cui abbiamo vissuto l’unica tecnologia era quella dei cellulari, alimentati da un piccolo pannello solare. Niente frigo, niente doccia, niente.

Ma queste persone hanno scelto di vivere così non solo perché legate ad una tradizione millenaria, ma anche perché questo stile di vita lo considerano il più bello del mondo. E in effetti vedendo i bambini inventarsi giochi sempre diversi all’aria aperta, senza la droga di Peppa Pig a riempire le loro ore, i genitori giocare con loro quando più ne hanno voglia, la difficoltà e la soddisfazione del lavoro manuale, risulta un po’ più facile capire perché.

Ma l’aspetto più straordinario di questo stile di vita è soprattutto la capacità di impacchettare tutto in poche ore e di spostarsi altrove, alla ricerca di erba più verde, di maggiore acqua, di condizioni migliori insomma. Senza sentirsi legati al luogo in cui si trovano, senza rimpiangere i vicini (non crediate che vivano isolati, sono incredibilmente sociali e sulle loro moto e i loro cavalli viaggiano facilmente per chilometri per stare in compagnia). Semplicemente si spostano, ricreano la propria esistenza a distanza, non cambiando niente eppure cambiando tutto.

Instancabili, come il cambio delle stagioni che vanno inseguendo.


Nomadi Versus Viaggiatori Seriali

Indubbiamente, c’è qualcosa di decisamente azzeccato nel termine “nomadismo digitale”.

Come i più fieri nomadi mongoli, questi professionisti non si adeguano al senso comune che la società impone, e vanno cercando la propria realizzazione professionale in “più verdi pascoli”.

Come loro, forti della propria indipendenza lavorativa, non si legano necessariamente a un luogo fisso ma mantengono la flessibilità di poter ricreare la propria esistenza a distanza, se li aggrada.

Ma qui finisce il parallelismo, perché quello che oggi chiamiamo con leggerezza “nomadismo” è spesso una forma continuativa di viaggio, che si può o non si può combinare con il nomadismo digitale.

Io mi sono messa in viaggio con l’idea di farlo per lungo tempo, di percorrere grandi distanze via terra, di vedere le culture cambiare, di scoprire modi di vivere alternativi e sì, di lavorare grazie al mio computer. Ma difficilmente posso definirmi una nomade digitale, almeno finché mi sposterò con questa frequenza, proprio perché questa forma di viaggio, in cui non sono mai ferma in un posto più di pochi giorni, difficilmente può combinarsi con il lavoro continuativo.

Certo, riesco a scrivere i miei articoli dalla transiberiana, riesco a guadagnare qualcosa per alimentare le mie finanze, insomma “lavoro viaggiando”. Ma difficilmente questo stile di vita andrebbe d’accordo con scadenze, call programmate, necessità di customer care. Una connessione ad internet ballerina, un treno perso, un qualsiasi imprevisto diventerebbe un disastroso problema. Ma, sto quindi dicendo che il nomadismo digitale non esiste o è impossibile? Assolutamente no.


I Veri Nomadi Digitali, tra Casa, Lavoro e Viaggio (Forse)

Per quanto l’idea di viaggiare costantemente sia romantica, l’uomo ha bisogno anche di stabilità.

Una celebre frase sul viaggio recita “se gli uomini fossero fatti per vivere tutta la vita nello stesso posto, avrebbero radici al posto delle gambe”, e non potrei essere più d’accordo di così. Ma allo stesso tempo non avere radici (in senso letterale) non deve per forza significare non stare mai fermi. E come insegnano proprio i nomadi mongoli, tra uno spostamento e l’altro è importante ricordarsi di montare la ger, di pulirla bene, di fare tesoro di ciò che si possiede e di buttare ciò che non serve più.

Il nomadismo digitale, restando nell’ambito della metafora, funziona allo stesso modo. Prima che una professione o un modo di svolgerla, o ancora di più un luogo da cui farlo, è una scelta di vita. Una scelta basata sulla ricerca della propria realizzazione in maniera autonoma, in cerca di un equilibrio tra vita personale, lavoro, svago e, all’occorrenza e se desiderato, viaggio.

Una scelta che è stata resa possibile dal digitale, che ci ha slegato dalle scrivanie mettendo la libertà di lavorare ovunque nel palmo della nostra mano. Una scelta che punta al controllo di sé, del proprio tempo, delle proprie capacità. Che riconosce il valore dei luoghi in base a quello che possono darci e a quanto soddisfano le nostre necessità. Che apprezza gli oggetti posseduti per la loro utilità, per la loro capacità di renderci più felici e più realizzati, e rigetta quelli che non lo fanno.

Ma da dove farlo? Questo è totalmente ininfluente.

Come un nomade può restare fermo per mesi se trova le condizioni ottimali per il suo sostentamento, così un nomade digitale non ha assolutamente bisogno di viaggiare per essere tale!

Il suo viaggio può essere quello dal letto allo spazio di co-working in cui va a lavorare, o semplicemente al suo studio. Oppure può essere la libertà di decidere di passare i sei mesi estivi in Italia e i lunghi mesi invernali in un’altra località, sempre lavorando, sempre seguendo gli stessi orari, mantenendo la stessa disponibilità.

O ancora può decidere di spostarsi in luoghi dove il costo della vita sia più basso, per massimizzare i suoi guadagni invece di vederne sparire metà in cose che non sceglie di pagare.

O qualunque altra modalità che gli permetta di continuare a lavorare grazie al suo computer e alla sua capacità di adattarsi.

Di recente ho letto nella presentazione di un libro, scritto da due professionisti del digitale, una cosa che mi ha lasciata perplessa: negavano la propria appartenenza alla categoria dei nomadi digitali poiché non vivevano all’estero, bensì si concedevano almeno una volta al mese un viaggio all’estero, continuando ad alimentare il proprio lavoro anche da lontano.

Ebbene, ragazzi, tranquilli: siete nomadi digitali. Lo siete fin nel midollo. Anzi, siete forse la forma più vera e più autonoma di nomadi digitali: quelli che stanno bene dove stanno, e ci stanno tanto meglio proprio perché hanno la libertà di scegliere di starci. Ecco cos’è il nomadismo digitale.


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